Ode alla mora

Sul ciglio del sentiero
ammaliante meretrice aspetti i tuoi clienti,
nel sole che ancora non s’arrende
alla ruggine d’autunno
squilla il tuo diadema,
le tue cosce scarne e nude
su mille tacchi a spillo
si schiudono spregiudicate nell’erotica danza al vento
a rivelare la concupiscenza femmina del tuo sanguigno sesso.
Fu il tuo nome vezzo di una donna?
O si confuse l’amaranto
col corvino pelo di un’ancella?
Fiorisci di passeri e fringuelli
fra le guglie acuminate
dell’inaccessibile tuo castello.

Ora la mano garbata di un bambino
a sfidare il dedalo spinato del tuo costato,
ora il becco carapace del sornione merlo
a predare il tuo melato orgoglio,
poi le bocche eccitate di due amanti
a inzuccherare le complici salive.
Anche un cavedano missile d’argento
aspirò tra i turbini di un gorgo
alla fine del risucchio
una perla ormai matura abbandonata alle correnti.

Ma dov’eri
quando i cristalli esagonali dell’inverno ti coprirono di gelo?
Dov’eri
quando la tela dell’autunno
cucì il nebuloso e madido lenzuolo?
Solo un ragno t’ha abitato
quando  i sassi tremarono al ruggito del leone d’oro.
Ed io viandante ingordo del tuo tempo
pattuglio i tuoi sentieri
per goder dei tuoi favori.