Lo specchio ovale di una notte

Livida e deforme la mia ombra
non indossa più il mio volto,
l’ipogeo dei miei occhi
urla il suo carnevale
e sfoglia cento facce
di uno scialbo zafferano.
La mia stima ormai sgualcita
è una foglia in attesa di marcire,
un vento sdrucito
fiata il suo nadir
smarrito oltre lo zenit che più non trova.
Errato ed errante
cerco il trespolo a cui legare il fibroso sangue
dove dorme una civetta,
nel tortuoso solco di un violino decadente,
in un lucciolaio di petali
perduti da un ciliegio
per disegnare i miei contorni.
Ma un’imminente aurora
caramella  quest’istante
e il mio viso torna a fingere se stesso.