MUSA

Nel mesto calice dell’ingrato vino
al crepito armato della fastosa notte
che dispone i suoi fanti e cavalieri sulle alture
le tue stanche vesti danzano per me.
Fatale prostituta apparecchi il mio banchetto
sui luttuosi petali delle antiche mie rovine,
il tuo sottile corpo
avaro del materno latte
raschia la mia avvilita pelle,
assetata creatura mi offri i tuoi seni
come melati fichi per il cupido merlo
e spargi tutt’intorno il tuo caldo alito di giglio.
Ahi musa
i tuoi rami secchi e neri
di alberi già morti
nel botro allagato di sterili parole
come ossa aduste
seppellite nella terra nuda
dove le croci falciano il vento
produci fiori imbalsamati
che schiacciasti nel libro genealogico
solcato dal vomere delle donne
che non seppi avere.
Oh musa
la mitraglia della notte
dirada ormai i suoi colpi
come un lupo stanco della luna,
s’arresta la tua onda
verso maree più distanti,
come un veliero stanco incagliato tra i coralli
assisto alla bonaccia che sgonfia le mie vele
e i fuochi fatui che tremano e rompono la nebbia
sono appena il preludio dell’elegia
che muoverà ancora questo ligneo e cencioso relitto.